Una tipica giornata di Jim

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Che faccia che ho stamattina. É tutto ‘na merda, a partire da quel maledetto lavoro ad inscatolare tonno… Ciao mamma, si farò il bravo. No, non litigherò con nessuno. Povera madre con un marito e un figlio come me. Esco di corsa di casa, facendomi ben 4 piani saltando i gradini e rischiando di rompermi la noce del collo.  Fingendo un sorriso smagliante entro da Barney a fare colazione. Come va Ba? Tutto bene Jim, come sempre. Non c’è che dire, il caffè di Barney è veramente il migliore. Arrivo sulla catena di montaggio in ritardo di mezz’ora e il capo settore mi rompe i coglioni. Gli dico che è l’ultima volta e dentro di me aggiungo, <<l’ultima volta che metto piede in questo posto di merda>>. Mentre pensavo a come vendicarmi con il capo mi tagliai un dito. Faceva dannatamente male. Okay capo non ti scaldare non è niente. Grazie me ne vado a casa. Un altro po’ mi ero inscatolato un dito. Maledetto lavoro, e maledetto mio padre che non faceva un cazzo per portare la pagnotta a casa. Rientro nella mia “dimora” nell’aria fosca del primo pomeriggio invernale. Apro la porta di ingresso e vedo una donna triste che lavora in cucina. Ciao mamma, sono tornato prima oggi. Mi sono tagliato un dito. No, niente di grave è solo un taglietto, non ci vogliono nemmeno punti. In realtà di punti ce ne sarebbero voluti almeno tre, ma mi seccava troppo andare al pronto soccorso per passarci il resto della giornata. Com’è andata oggi al lavoro? Una merda come al solito mamma. Allora entro nella mia stanza e prendo il primo libro che mi capita sotto tiro. Le avventure di Huckleberry Fin.

Mi tuffai nella lettura sin quando mia madre non mi chiamò per andare a prendere il sale. Non rompermi i coglioni mamma, sto leggendo. Dai lascia un attimo, non ti costa niente. E poi questa volgarità, dove l’hai presa. Mamma sai da chi, da l’uomo che ti ha preso in moglie. Si, ma non era così quando era giovane. In ogni modo puoi mandarci Chiara. Chiara sta studiando non la posso disturbare. E io secondo te che cazzo sto facendo mamma! Jim riusciresti a non offendere per una volta, ti chiedo solo questo, e due lacrime le scesero veloci sul viso. A quella visione mi sentì davvero una merda e senza contestare più la sua richiesta le diedi un bacio leggero sulla guancia ed uscì a svolgere il mio compito. Andai al negozio dei Pakistani. Mentre entravo vidi una ragazza grassottella, ma con delle discrete tette, che usciva. La guardai fissa, ma lei tirò dritto senza neanche notarlo. Allora bestemmiai, ma così piano che non sentì nessuno.

Come va Moustafà? Male, gli affari vanno male come al solito. Il solito entusiasmo Moustafà. Comunque dammi un kg di sale e mettici anche una bottiglia di whisky. Buona serata Moustafà. Prima di rientrare a casa mi sedetti su una panchina al parco e dato che faceva un freddo boia per riscaldarmi mi scolai in men che non si dica il liquore. A poco a poco tornò il buon umore e mi misi a fantasticare sulle ragazze più belle del quartiere. Dopodiché andai al porto a tirare pietre alle navi attraccate, finché una guardia non se ne accorse e dovetti fuggire a perdifiato. Riuscì a seminarlo e affannando mi accesi una sigaretta. Ci voleva proprio. Mentre facevo questo mi diressi in una tavola calda perché intanto si era fatto tardi. Del sale non sapevo più niente, dovevo averlo lasciato alla panchina. In compenso avevo una gran fame. Ordinai un kebab e una birra doppio malto. Ben presto le bottiglie di birra divennero tre. Mi sbronzai per benino. Si era fatto tardi, così mi diressi nel quartiere studentesco sperando di trovare qualcosa da fare. Era sabato sera e si era radunato sulle scale della cattedrale un gran numero di ragazzi. La musica dei tamburelli suonava. C’era chi si dava alla chitarra classica replicando qualche hit del passato. Io chiesi un tamburello, ma dopo un po’ mi cacciarono perché non sapevo far niente. Allora mi buttai a fare conoscenze. Ce la misi tutta per fingermi sobrio ma dopo la quinta richiesta di come si chiamavano quasi tutte si allontanavano. Quelle che rimanevano dovevano avere uno spirito crocerossino, ma poi dovevano tornare a casa e non volevano essere riaccompagnate. Per questo man mano andai esasperandomi e il buon umore si risolse nel suo contrario. Abbandonai la scalinata degli studenti e decisi di tornarmene nella mia spiacevole dimora. Ma mentre ero in cammino conobbi due studentelli con i quali spartì una bottiglia di vino diventando così loro grande amico. Ma non durò molto. Passarono due ragazze e tutto sembrava andar liscio. Mi misi a parlare con una delle due e mi sedetti al suo fianco. Era una biondina niente male e dentro di me già cantavo vittoria. Solo che ad un certo punto si iniziò ad infastidire. All’inizio non capì perché ma quando si alzò compresi. Le avevo bucato le calze a rete con la sigaretta, evidentemente parlandoci non mi ero reso conto che avevo la mano destra troppo protesa verso le sue gambe… Una volta alzata si mise a parlare con gli altri due e non mi cagò più di striscio. Allora mi gonfiai di invidia e rabbia. Cercavo di attrarre in ogni modo la sua attenzione ma lei non mi guardava più. Diventai molesto, presi la bottiglia e la fracassai a terra. Le ragazze spaventate decisero di andarsene. I due studenti si offrirono per accompagnarle. Fu questa la goccia che mi fece strabordare. Andai da una delle due e le chiesi che diavolo ci trovavano in quei due tipi la. Uno sentì e mi disse di andarmene. Allora lo spintonai. Arrivò l’altro studente con fare bellicoso. Non ci pensai due volte e gli infilai due cazzotti nel grugno. Quello si rialzò e a questo punto gli feci sentire altre due sberle. A quel punto i due studentelli bestemmiando e minacciando se ne andarono. Delle due ragazze non c’era più traccia. Depresso per la caccia andata a male, ma felice per la lezione che avevo dato a quei due presuntuosetti, mi diressi verso casa. Dopo qualche passo incontrai un tipo che portava a passeggio il cane (erano le tre di notte) e gli raccontai tutto quanto era successo poco prima, esagerando di gran lunga i miei meriti (gli studenti erano diventati dei malavitosi e invece di due erano quattro). Il tipo non mi contraddisse ma nemmeno mi assecondò e per la verità non disse nulla. Ad un certo punto fummo raggiunti da un marocchino che piangeva come un bambino. Diceva che gli avevano rubato il motorino. Mi dispiacque sinceramente per il mal capitato e cercai di tranquillizzarlo, ma quello salì sul ponte del canale che costeggiava la strada e ci si buttò dentro. A quel punto mentre non sapevo più che fare vidi il ragazzo con il cane che si tuffò anch’egli con il cane al seguito. Li vidi tutti sprofondare nell’acqua nera come pece per poi riemergere avendo riafferrato l’aspirante suicida. Lo pose sulla banchina e gli diede una serie di cazzotti mai visti e gli disse che gli avrebbe dato il resto la prossima volta che lo avesse rivisto. Quello tutto inzuppato e tremante dalla paura e dal freddo scappò mandando maledizioni agli infedeli cristiani che ti salvavano la vita solo per potertele suonare due volte meglio se non ti possono convertire. Io mi trovai d’accordo con il marocchino. A quel punto stavo crollando dal sonno e con non poche difficoltà e la testa che mi girava peggio di una giostra mi avviai verso casa. La serata era fredda ma non gelida. Il cielo era stellato. Quando attraversai il fiume che tagliava in due fette simmetriche la città ammirai i palazzi e le strade illuminate e mi dissi che il mondo era fatto per i bambini e per gli ubriaconi, peccato che per entrambi quello stato durava poco. Salì i miei soliti 5 piani e aprì la porta. Qui c’era mio padre che gridava come un forsennato. Quando mi vide mi assalì in una gragnolata di calci e pugni. Io la scansai alla meno peggio e gli dissi: ringrazia che ho bevuto, ci rivedremo domani e ti darò quel che ti devo. Mi barricai nella stanza e vomitai non appena fui sul letto.

Si concludeva così una tipica giornata di Jimmy.

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