3. In un qualunque numero dodici di Via dei Gigli.

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[Inizio storia in un qualunque numero dodici di Via dei Gigli]

PiotrBROSINSKIQuando quella fredda mattina di gennaio Lucia si svegliò accanto al corpo imperfettamente perfetto, solido, molle, caldo e vivo di Senzanome, percepì finalmente una nuova ondata di calore. Era il sublime che riscaldava l’umido monolocale del numero dodici di Via dei Gigli; il sublime che solo una donna come lei poteva saper accogliere, il sublime che solo da una donna come lei voleva essere accolto.
Richiuse gli occhi per almeno un minuto, prima di alzarsi, di scoprirsi senza vestiti e di scoprire che poco le importava del tremolio delle sue gambe e delle sue mani. Tenne poi, per un altro po’, lo sguardo fisso sul soffitto e sulle altre pareti: la luce del mattino, d’un tenue argento, che senza far rumore inondava la stanza e il letto dalla finestra, si posava su di esse rendendole più bianche del bianco stesso.    
A quel punto, saziata da quell’enorme dose di energia primordiale che solo una bianca stanza da letto una mattina di gennaio può offrire, Lucia strinse le labbra e fissò il suo compagno che, appisolato, in quel contesto le parve che dormisse sull’Olimpo. O in un qualsiasi angolo di paradiso.
Eppure continuava, Lucia, a stringere le labbra sempre più. Cominciò ad accigliarsi, a dinoccolarsi le dita delle mani e a passeggiare su e giù intorno al letto. La certezza di quel momento così bello era stata intaccata da un piccolo dubbio.
«Un dubbio esistenziale?» le domandò la sua stessa figura nello specchio all’angolo della stanza.
«Ma no!» rispose lei decisa. «macché esistenziale?! Non esistono mica solo i dubbi esistenziali!» ed aveva ragione.
Il suo era più un solletico particolare in una zona remota del cervello di cui forse si era completamente dimenticata.
«Devo farlo?» chiese poi al suo doppio.
«Sarebbe più corretto domandare: voglio?»
«Già… sempre il solito dilemma»
«Visto? È esistenziale!»
«No! Al diavolo, sta zitta!» e lo specchio non proferì più nessuna parola né sentenza. Ci lasciamo troppo intimorire, a volte, dagli specchi.
Poi si decise. Con la sguardo fisso sull’arcata sopracciliare destra di Senzanome, piegò di poco le gambe per darsi una leggerissima spinta e con tutta la sua forza – unita ad una serie di forze esterne – saltò sopra di lui.
Fu meraviglioso, perché interiorizzò così tanto quel momento da riuscire a distenderlo a suo piacimento, come quando le nonne distendono la farina e le patate per fare le grispelle, e quella frazione di secondo le parve lunghissima. Ma avvenne qualcosa che Lucia non aveva minimamente calcolato: fu proprio in quell’afferrare del tempo che il suo corpo esile e nudo rimase sospeso a mezz’aria, a un palmo da quello di Senzanome.

Cosa mai potrebbe stupire più
il bimbo che gioca a far l’uomo:
l’attimo immortale dell’amore sognato
o il tempo e le rughe scandite
per sola immortalità di spirito?

Ho lavorato sodo stamattina. Mi mancava darmi da fare, stancare quanto basta le membra ad un utile scopo comune. E anche distrarre la testa, perché no. Ma questa storia ha cominciato ormai a fuoriuscire a suo piacimento. Provo quasi timore per questa strada imboccata (imboccata… o no?). E siamo ancora vicinissimi al principio.
Caro lettore, non ci sia in te troppo biasimo nei miei confronti: dove sta scritto che le storie, i luoghi, le persone, le situazioni, non possano scriversi da soli? Forza! Forza! Qual è la prossima evocazione?
Ma non apparve proprio nessuno. Così, chiusi di scatto il quaderno.

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