2. Sublimazione di un amore platonico su una spiaggia isolata, su musica di Richard Wagner

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[Continua da QUA]

Dal giorno del famoso incontro con il Signor Granello di Sabbia non ebbi un momento di tregua; né con me stesso, né con i pensieri in me riguardo al romanzo. Dubbi, incertezze, continue domande sovrapposte continuano a bombardarmi ed ogni filo che dovrebbe esser logico apparve totalmente senza regole. A partire dall’utilizzo dei tempi verbali.
In ogni caso, il caffè appena bevuto sta rasserenando il mio animo e stuzzicando il mio malconcio sistema digestivo. È l’ora dell’apericena di capodanno, se mai questa locuzione possa significare qualcosa, e da fuori le vetrate del solito bar risuonano le prove audio del concerto che animerà questa notte di passaggio tra un anno e l’altro. A tal proposito… chi, come me adesso, starà buttando giù qualcosa con una penna, molto probabilmente scriverà un pensiero sull’anno trascorso, o magari un augurio su quello che sta per giungere. Io invece voglio solo continuare a scrivere il mio romanzo in santa pace. 
Tuttavia, se l’incontro col semprelui Signor Granello di Sabbia non ci fosse stato, molto probabilmente non sarei qui a scrivere ancora. A scrivere con una bella consapevolezza. Ho preso, infatti, la  prima vera decisione riguardo il mio romanzo. Perché ogni vero scrittore, forse, deve fare tanti conti e, quindi, prendere tante decisioni riguardo una sua opera. È un qualcosa che in genere avviene senza pensarci troppo e dopo un qualche avvenimento particolare. Ecco. L’avvenimento particolare che ha fatto prendere in me questa decisione è stato, appunto, l’incontro con il Signor Granello di Sabbia e la decisione che ho preso, la dico, è quella di non decidere nulla. Non vuol dire, questo, non prendere coscienza di sé e della propria scrittura, né tantomeno considerarsi al di fuori delle tante regole e consuetudini quasi etiche che uno scrittore dovrebbe (anzi, deve!) seguire. Vuol dire, semplicemente, ricercare. Vorrà dire ricercare la massima purezza in ogni singola macchia d’inchiostro.
Adesso voglio fare un flashback fisico e temporale per ritornare a qualche ora fa. Nel senso che farò finta – è bene che il lettore sappia sempre la verità del catartico momento di scrittura – di star scrivendo non qui, al bar, all’ora dell’apericena, ma qualche ora fa, a mare. Di nuovo.
Le raffiche di vento fresco ci obbligano tutti a camminare un po’ rigidi, accorti verso il nostro collo, imbacuccati in sciarpe e cappelli. Ma gli occhi, splendidamente aperti, accolgono con gioia quel portentoso miscuglio di luce, freddo, colori e… spazzatura che sul lungomare di località Ginepri si manifesta oggi.
Con una bella compagnia variegata e di spessore ci troviamo a godere dell’ultimo tramonto dell’anno, qui, a pochi chilometri di distanza dalla spiaggia sulla quale ho avuto l’incontro col Signor Granello di Sabbia. Va bene, ho parlato fin troppo di questo. Oggi parlo di altro. Sto valutando l’ipotesi di incominciare il mio romanzo in medias-res, magari su una spiaggia come questa, vista l’innegabile presenza dell’ambiente marino in queste prime pagine di questa mia sorta di diario. Dovrei solo capire quale possa essere una giusta scintilla da far bruciare così, all’improvviso, al principio, in un luogo un po’ anonimo come questo.
Perché ha un sapore anonimo, questo luogo. Ma in nessun senso negativo. Piuttosto in un’ottica nella quale l’anima stessa di questo mare sembra aver quasi perso memoria di sé. E la “strana energia” che richiamiamo con un sorriso (prima con Fabio, poi con Daniela) potrebbe essere legata proprio a questo.
Mi guardo un po’ intorno; sulle nostre teste passa vicino un aereo che atterra a poche centinaia di metri da noi; nello stesso attimo il sole, infuocato e sanguinolento, comincia a scomparire dietro lontane nubi all’orizzonte. Un altro tramonto appena ingurgitato. Ed è sempre come la prima volta. È una vera e propria relazione d’amore di pochi attimi, d’amore platonico.
Da questo amore platonico, dal biancastro di pietre calcaree, da un fiumiciattolo che scorre nella direzione opposta al mare, dalla dolce e fredda luce che ci ricopre e, soprattutto, dalla cosciente ed incosciente volontà del non bisognare di null’altro… mi si accartoccia l’anima fino a diventare infinitesima; feconda l’immaginazione finché non prende vita una scena.

[Sublimazione di un amore platonico su una spiaggia isolata, su musica di Richard Wagner]

Lucia era così vicina a me che potevo contarle una ad una le piccole linee ed imperfezioni sulla pelle del viso; misurare nell’ordine inferiore ai millimetri quanta distanza intercorresse tra una sua ciglia e l’altra; sfiorare con le mie di ciglia la gentile ruga che divideva il suo setto nasale dallo zigomo poco pronunciato.
Bastava poco ormai, pochissimo, e avrei ingoiato per sempre dolori e frustrazioni. Entrambi padroni del nostro mondo, ad occhi chiusi ci baciammo e a labbra serrate cercavamo di risucchiare l’anima dell’altro. E non che la chiedessimo con garbo e insicurezza: la pretendevamo! Il nostro garbo era la mia mano dietro la sua nuca, gentile sì, ma ben presto invadente lungo la sua schiena e l’insicurezza e la paura esplodevano nelle sue labbra che stringevano troppo le mie, fino a quasi obbligarmi a staccarmi. Ma non lo feci. Poi, di colpo, lo fece lei.
«Questo non è possibile» fece con un filo di voce.
Per tutta risposta aprii gli occhi lentamente e mi persi nei suoi: vidi tanta paura.
«Non è possibile! Non è possibile!»
«Cosa non è possibile…» presi io.
Incominciò a tremare. I suoi occhi rotondi cominciarono a brillare, e, da distanze incommensurabili, uscì una sola lacrima.
«Questo non doveva accadere. Non doveva andare così».
“Non dire mi dispiace, non dire mi dispiace” cominciai a ripetermi nella mente.
«Mi dispiace» e mi maledissi.
«Ti dispiace? Solo questo riesci a dire? Tu credi che sia stato giusto?»
«Con tutta sincerità: sì» ed era la verità. O almeno la mia verità di quel momento. Ma non cambiò il suo sguardo.
«Non senti qualcosa di terribilmente sbagliato?»
«No. Sento qualcosa di terribilmente, maledettamente bello. Sento di non riuscire a far a meno della tua persona» anche questa era la verità. Volevo che lo sapesse fino in fondo! Volevo che capisse quanto importante per me fosse stato, fin dal principio, il trasporto intellettivo tra noi due.
«Non riesco a fare a meno delle tue parole» continuai «di ogni tuo discorso, di ogni tua parte di discorso, di ogni tua particella. Non riesco a fare a meno neppure dei tuoi silenzi, del tuo semplice modo di camminare o di aggiustarti il cappellino per prender meno freddo alla testa. Ho paura, questo sicuramente. Ho paura dell’enorme irrazionalità di un attimo come questo. Ma sentire questa paura non fa altro che aumentare l’impulso di fare questo» e mi riversai sulle sue labbra così forte che, un po’ apposta, un po’ a caso, poggiai il piede sul suo, con il risultato di capitombolare entrambi a terra. Sulla fredda sabbia.
A quel punto approfittai della poeticità del momento e, come se danzassero in aria note di un qualche walzer viennese, iniziai a fare lo scemo rotolandomi con Lucia a ritmo. Questo riuscì a farla ridere di botto e a rilassare i suoi arti. Era proprio lei, stretta a me, prima sotto, poi sopra, poi di nuovo sotto, poi avvinghiati di lato.
«Non fraintendermi» mi disse poi «non mi pento mica di questi attimi. Non mi pento mica»
«No?»
«No di certo! Ho semplicemente… una strana sensazione di ingiustizia. Intendo un qualcosa di remoto, di “superiore”»
«Ne hai di coraggio per dire “semplicemente”. Spiegati meglio mia bellissima musa» e decisi di ascoltarla giocando sotto il suo orecchio sinistro.
«Tu a volte non hai la sensazione di non poter esser libero, di non poterti esprimere a dovere, di essere quasi “sbagliato” solo perché sei come ti ha voluto qualcun altro?»
«’Mazza se non ce l’ho. Anche spesso. Ma poi passa»
«Come se fosse già tutto scritto, come se dovessimo accettare di far parte di una storia già scritta da chissà chi. In chissà quale tempo perduto».
Staccai le labbra dal piccolo neo vicino la sua spalla e la fissai per la prima volta con raziocinio.
«Sì Luci. E penso di riuscire a spiegarti meglio il perché di questa tua sensazione»
«Sarebbe?»
«Sarebbe che né io né te esistiamo davvero. Esistiamo forse nella mente di questo chissà chi. E questo nostro momento sta esistendo solo per suo volere»
«Mi stai prendendo un po’ in giro?»
Risi. Mi fece ridere davvero. Di sconforto.
«Vorrei che fosse così mio dolce amore. Sembra incredibile, non è vero? Questa è la mia pelle, questa è la tua. E questi sono i nostri corpi vicini; potrebbero star anche nudi. Potremmo denudarci, spogliarci, perché no e fare l’amore qui come nelle menti più sdolcinate di sedicenni puri e incontaminati. O potrei dirti la mia verità: che ti amo! Ti amo perché ti sei impossessata della mia mente e del mio cuore, ormai, ed entrambi non hanno più nessuna intenzione di tornare dal loro legittimo proprietario. Ma c’è una verità più grande di questa mia, ed una verità più grande della tua. C’è la verità su un livello più alto, che ricopre totalmente me e te, follemente impauriti e follemente innamorati qui ed ora.»
«Quale verità insomma?»
«Io e te non esistiamo. Se non fra le righe di un qualche romanzo incompiuto»
«Ok. Sto per sentirmi male sul serio. Hai bevuto? Mi hai drogata?»
La presi per le spalle e le trasmisi tutto il mio dolore per la nostra condizione. Doveva sapere. Era così che doveva andare, sì.
«Ma sappilo, amore mio. Io e te abbiamo avuto il privilegio di un solo attimo eterno. E poi…» la baciai dolcemente un’ultima volta. Assaporando più che mai quelle labbra piccole e carnose. «Chiunque sia l’artefice di questo nostro momento non avrà capito ancora una cosa importante»
«Che cosa?»
«Che i romanzi sono incompiuti quando la persona che tenta di scriverli è incompiuta»

[Fine sublimazione]

Questa mi è piaciuta di più.
Ok, bel tentativo care le mie creature. Sicuramente più di peso e più d’effetto rispetto al Signor Granello di Sabbia ma… accidenti a voi! Io volevo solo farvi fare all’amore senza troppi pensieri. Ma dove la trovate questa coscienza?
Meglio che termini quello che sarà il ventesimo ascolto di fila dell’overture della Tannhäuser di Wagner. In questa notte di passaggio. In questa notte in cui sempre più cose finiscono e sempre più cose incominciano.
Buon anno nuovo caro lettore.

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