La ricerca del piacere

«Di tutti gli autori io amo quelli che scrivono con il sangue». (F. Nietzsche)
Così nell’arte come nella vita.

A volte ci si chiede se sia giusto mettere a nudo il proprio cuore. Partendo dal presupposto che ogni vero scrittore, poeta o pensatore, parli sempre di se stesso anche quando tratta di argomenti apparentemente lontanissimi dalla sua vita reale (a tal proposito citerei Nietzsche quando sostenne che ogni filosofo non ha fatto altro che esprimere nelle sue opere il proprio amore o risentimento per la vita, oppure lo stesso Flaubert quando affermò «Madame Bovary c’est moi»); bisogna chiedersi quanto sia giusto mostrarsi più o meno senza veli, quanto questo sia un atto di narcisismo dell’autore, una sorta di esibizionismo anche nel dolore, e quanto il lettore possa essere attratto o meno da questo atto, che potrebbe essere anche considerato un gesto di totale sincerità, da parte di un uomo che si è stancato di dover indossare la maschera che la società gli richiede di portare, quasi facente parte di una compagnia teatrale con un capocomico che lo ha scritturato per attenersi ad un determinato copione. Ebbene la società ha molti modi per tenerti o meno al guinzaglio. Uno dei più efficaci è certamente l’ostracismo e una sorta di guerra fredda latente, una strisciante ostilità per chi viene ritenuto in disarmonia con il contesto in cui vive. In questo c’è senza dubbio qualcosa di melodioso, non sono accettati suoni stridenti. Ma se invece non sia proprio quel suono che sollevi il dubbio che forse si debba passare ad un altro registro invece di continuare a suonare sempre la stessa musica? Infatti essa inizialmente forse trova giustificazione in una struttura ben definita della società. Il problema è che una volta che la società si va modificando, la musica continua ad essere sempre la stessa e non si allinea più con i mutamenti strutturali che stanno alla sua base. Si avverte così una chiara disarmonia che forse solo gli spiriti più sensibili riescono a percepire, e per un atto di verità innanzitutto con loro stessi, e poi con il mondo, non possono non iniziare a suonare una musica diversa.

Ebbene oggi nel tempo dell’inganno universale, essere in armonia con la realtà delle cose, cioè la vita, significa essere sinceri e spontanei. Mettere da parte il lirismo, i trucchi e i fronzoli e, con un atto liberatorio, dire finalmente ciò che si pensa. È inutile continuare a celarsi, il prezzo è troppo alto. Significa perdere il contatto con la propria umanità, significa trasformarsi gradualmente in uomini macchine senza più sentimenti che vivono semplicemente per la ricerca del piacere. In ciò non ci sarebbe nulla di male in verità. L’uomo è sempre vissuto in funzione di ciò che gli dava piacere, almeno sin quando non sono arrivate delle strutture sociali che lo hanno messo in schiavitù, cosa che come ben si sa è successa con la nascita dell’agricoltura. In passato si è cercato di sublimare questa costante frustrazione, con la tradizione, che imponeva regole ben definite, e con la religione. Soddisfacendo i loro precetti, nonostante le immani tribolazioni quotidiane, fatte di malattie, morte, fame e logorio fisico, ogni uomo poteva ritenersi felice. Oggi invece non è più così. Proprio oggi in cui si ritiene universalmente accettato il diritto di ogni uomo alla felicità, ciò non avviene. Nei paesi poveri questo è chiaro a tutti. Guerre, fame, sfruttamento del lavoro (tanto che si potrebbe parlare di nuove forme di schiavitù), avvento di nuove malattie, rendono chiaro il grado di criticità e di sofferenza in cui versano miliardi di persone. Forse l’unico lenimento dei loro dolori sono le strutture tradizionali che tengono un po’ di più (ma non sempre e non in tutti i contesti), come lo spirito di comunità e di mutuo aiuto, e un’autentica fede religiosa. Ma lo stridio tra le condizioni di vita dei paesi in via di sviluppo e dei paesi più ricchi è forte. In questi ultimi, il benessere materiale è accettabile (ma non per tutti, haimè, con una chiara tendenza alla sperequazione dei redditi tra le classi sociali più ricche e quelle più povere), ma si può parlare di maggiore felicità in essi rispetto ai paesi del c.d. Terzo Mondo? Beh questo è tutto da verificare. In Occidente (e ora sempre più nei paesi in forte crescita economica, quali la Cina, l’India e il Brasile) si assiste ormai da secoli ad un chiaro deterioramento delle comunità tradizionali (su tutte, la famiglia), ad un disincantamento per ogni idealità (che non sia quella del profitto) e ad un abbandono, o comunque ad un forte scetticismo, verso la religione («Dio è morto», F. Nietzsche in “La Gaia scienza”); insomma ad un indebolimento di tutti quegli elementi che hanno addolcito le condizioni di vita dell’uomo da quando è uscito dallo stato di natura. Allora cosa rimarrebbe come unico balsamo al malessere dell’esistenza? Uno. È chiaro. La ricerca del piacere.

Ora su questo concetto ci potremmo sbizzarrire, su cosa significhi e in che modalità si estrinsechi. Di certo il primo studioso che lo caratterizzò più compiutamente fu Freud. Ma prima di arrivarvi partirei dal filosofo di Röcken , il primo a evidenziare compiutamente il malessere della condizione esistenziale dell’uomo moderno e a darne una possibile soluzione. Secondo Nietzsche, tutto parte da un semplice assunto, «Dio è morto». Esso viene tenuto in vita artificiosamente da sovrastrutture o elementi politici retaggio del passato, quali la Chiesa, che non trovano tuttavia più giustificazione nel presente, in una società totalmente mutata a causa dell’avvento della rivoluzione industriale e scientifica. Secondo il filosofo tedesco l’uomo in questa fase si troverebbe disorientato, senza più valori (nichilismo) ma per sua stessa natura se ne dovrà creare di nuovi (nichilismo attivo). Bisogna quindi scrollarsi di dosso il passato, creandosi dei nuovi significanti, frutto di una scelta personale, senza farsi condizionare dalla propria condizione di nascita, dal luogo o dal contesto sociale in cui si vive (in ciò consiste il concetto di «spirito libero»). Questo deve avvenire attraverso un continuo autosuperamento di sé che produrrà l’avvento di un nuovo tipo umano, «l’oltre uomo», ovvero colui che va sempre oltre, oltre le proprie stesse idee, sempre effimere, e naturalmente quelle della società che ormai non esistono più.

Oltre a Nietzsche l’autore che mi premeva di ricordare è Freud. Esso sostiene come la pulsione primaria dell’uomo, sia quella sessuale. È questa che giustifica la quasi totalità delle sue azioni (oltre ovviamente all’istinto di vita che lo spinge a fuggire dal pericolo o a nutrirsi, e a quello di morte), anche quando non viene soddisfatta direttamente, mediante il meccanismo della sublimazione (scelta necessaria nella maggior parte dei contesti, vivendo l’uomo in una società civile e non primitiva). La sublimazione è, tra le tante definizioni che se ne possono dare, un’opera di creazione artistica che ci permette di non reprimere la pulsione sessuale, pur non soddisfacendola direttamente. È attraverso questo meccanismo che sono state create le più grandi opere d’arte dell’umanità. Ciò avviene quando l’istinto si mette a servizio della ragione. È lo spirito apollineo che si innesta su quello dionisiaco di cui parla Nietzsche in “La nascita della tragedia”. Condizione necessaria perché il meccanismo di sublimazione possa operare al meglio è avere una mente libera (uno spirito libero, appunto), non ingabbiata da sovrastrutture imposte dalla società o da idee limitanti a volte autoindotte.

Detto ciò, ovviamente, non si può negare che in quanto animali sociali, ci si debba sempre confrontare con quello che avviene nel contesto sociale in cui viviamo. E anche le idee e i sentimenti che riteniamo più intimi sono in qualche modo influenzati da questa necessità. Per questo, l’uomo è come un corpo osmotico, in costante contatto e interscambio con ciò che lo circonda. Ma non bisogna farsi ingabbiare da tali realtà socialmente date, piuttosto bisogna metterle in discussione se non le troviamo soddisfacenti, appunto, dal punto di vista del nostro piacere (anche se qui parlo di piacere già sublimato, cioè di tipo intellettuale). Una volta scovata la nostra verità, in base al significato che ci da maggiore piacere, appunto, bisogna che essa venga comunicata, in modo che questo non rimanga un piacere solipsistico e quindi una masturbazione solitaria. Ciò naturalmente è importante soprattutto nelle opere di tipo intellettuale, o artistico (chiare metafore della nostra stessa vita) in cui la comunicazione è inscindibile dal contenuto dell’opera. Quindi il modo in cui si manifestano le proprie “verità” è fondamentale se non si vuole pervertire il messaggio ai nostri stessi occhi, divenendo poi quello, la realtà a cui davvero crediamo, pur non corrispondendo al nostro vero sentire, che in questo caso verrà bloccato nel nostro sub-conscio. Ciò produrrebbe uno scollamento tra l’Io e l’Es che renderebbe la ricerca del piacere impossibile, con un’insoddisfazione costante, e un malessere che via via potrebbe aumentare, rendendoci ad un certo punto, impossibile la felicità, seppur non per forza in un quadro clinico manifesto.

Ora, per sintetizzare, la mia tesi (per fortuna condivisa dalla maggior parte delle persone, almeno a livello astratto) è che nel contesto sociale e storico in cui viviamo, in cui non esistono più le tradizioni o le religioni, o comunque dove esse ancora ci sono, sono in forte declino (persino nei paesi arabi, dove i terroristi dell’Isis pur combattendo nel nome di Dio, uccidono, in un atto di frustrazione per non riuscire in altro modo ad avvicinarsi ad esso attraverso l’amore, e quindi non gli si avvicinano, in quanto Dio è amore ), bisogna trovare una propria strada. E questa è la via dello spirito libero e dell’oltre uomo, una strada che conduce alla ricerca del piacere, personale, e di conseguenza diverso per ognuno di noi.

Concludo in chiave prettamente soggettiva (ma sperando di esprimere qualcosa di più universale), tornando all’inizio di questo breve scritto (non saprei come altro definirlo), affermando esplicitamente che per me uno dei valori più importanti è l’immediatezza e la sincerità, in quanto sento di far parte di una cultura di opposizione, la quale trae origine dalla c.d. sinistra hegeliana, che mi fa schierare contro tutto ciò che trovo inautentico e imposto dal potere e dalla società (una società che in molti tratti non trova più giustificazione alcuna, se non nel mantenimento dello status quo, con il retaggio di diversi monoliti di pietra del passato, metaforicamente intesi, che oramai hanno perso ogni elemento di vitalità). Oggi molti aspetti della nostra vita sociale sono dominati dal conformismo, dalla sete di potere e dalla voglia di apparire. Tutti cadiamo in questo vortice. Tutti ne siamo vittime. Ma questi meccanismi ci danno davvero la felicità? E se ce la danno, essa non è effimera, costandoci invece catene sempre più pesanti da portare? E se così stanno le cose, allora, non dovremmo far proprio un principio di verità che ci permetta una ricerca reale del nostro piacere attraverso un atto di libertà, e la sua espressione agli altri mediante un gesto ugualmente autentico che non perverta il nostro stesso sentire? Per questo, hanno davvero senso tutte le maschere e i fronzoli con i quali ci mostriamo agli altri? Oppure, non è piuttosto sensato cercare il nostro personalissimo piacere, al di là delle prescrizioni («al di là del bene e del male») che ci giungono dalla stessa società, e dal conformismo e l’ipocrisia che la tengono insieme? Non sono in realtà tutte queste delle prigioni che, rendendoci noi stessi ipocriti e cinici, ci impediscono la ricerca della felicità?

 

Davide De Grazia

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