Il mio requiem.

blogger-image-984228900Amici miei, siete sparsi come lucciole al buio nella penombra di un cemento solcato per anni, qui, nel centro della mia – e nostra – Nicastro. Stasera non mi avvicino a voi. Stasera sono qui, poco più in alto, a vigilare con sobrietà e concentrazione su di voi e sull’aura vuota che troppo spesso ci ammanta, come finta pelle di un finto corpo. Stasera sono io. Con la birra, sigaretta e un dito mezzo insanguinato agli scalini della Cattedrale. Stasera vi lascio, ma non mi muoverò mai davvero del tutto. Assolvete bene il vostro compito. Io no. Mi perdonerete per tutto il tempo che ho finto di dedicar a voi quando in realtà lo dedicavo al mio personalissimo, estroverso – ma sconosciuto – ego?     
Mamma, papà, sorella mia… quant’è bello piangere! Quant’è bello rendere saporite le proprie labbra da lacrime versate per amore, ogni volta come fosse la prima? Come se non fossimo mai nati.
Sorella mia, nessuna poesia potrà fissare l’attimo eterno che vive nel nostro sangue; ed io mi ero illuso di poterlo fare, anche con poco. Vorrei tanto che ci capissimo, sorella mia. Ci capiamo quando parliamo di condivisione? Io e te che abbiamo condiviso l’utero che ci ha donato il primo respiro, quel primo respiro che probabilmente sarà equivalso ad un urlo disperato: «AAAAAH! FANCULO MONDO! SIAMO ARRIVATI NOI!!!». Non sempre ci capiamo, di sicuro, ma impegniamoci – che ne dici? – affinché quel primo respiro si reiteri nelle nostre vite fino all’ultimo momento. Non crolliamoci addosso. Diventiamo come due orchidee sullo stesso laghetto di bellezza e altruismo. Che ce ne facciamo delle nostre vite se non riusciamo a fiorirle? Non avere biasimo sorella mia, e anche se crollasse l’intero mondo per mano tua io non biasimerò la tua mano. E sii libera, come sai essere tu, da tutti e anche da te stessa.
Padre mio, emblema di semplicità, sudore ed errori. Quante volte credi di aver sbagliato nella vita? Io, tuo figlio, vorrei saperlo. Vorrei anche per un solo attimo perdermi nella tua energia che, a distanza di anni, ancora risuona oggi per antiche lotte, antichi amori, antichi dubbi, antiche scommesse e altrettante antiche lacrime. Pensa, padre mio, solo questo ti chiedo. E se lo fai già non ti fermare mai. Guarda a me non come frutto migliore o peggiore che potessi far crescere, ma semplicemente come il tuo.
Madre mia, tua nonna, la nostra cara bis, ha detto di essere diventata un albero senza più frutti. Lo ha detto pochi attimi prima di lasciarci, di esalare l’ultimo respiro. Noi le dicemmo che i suoi, di frutti, c’erano ancora, che le stavano tenendo le mani, che la stavano guardando dentro un letto ammuffito, che stavano odiando quelle sue ultime boccate di ossigeno (e lei di ossigeno – lei e la sua terra – ce ne ha sempre dato tanto). La nonna nei suoi ultimi attimi si è sentita albero, madre mia. E cosa potremmo essere altrimenti? Non siamo poi così diversi dalle piante. Quanto poco ci rimane?
Tua mamma, madre mia, è il mio vero dio, la mia divinità personale. Come devo sentirmi, ora, se non riesco ancora a dirle quanto io l’ami? E tu? Tu, madre mia, figlia di Dio come il più piccolo granello di sabbia, mi aiuterai un’ultima volta? Mi accompagnerai tenendomi per mano, come da bambino, verso la mia salvezza? Il mondo finirà solo quando finirai tu di accompagnarmi. E non è ancora finita.
Madre, padre, sorella mia… fidatevi di me. Un’ultima volta. Incastono queste parole con una lacrima di cristallo, fragile come la mia anima, che vorrà sempre solcare le guance vostre. E le guance della persona che amerà. E ancora ne avrei di cose da dirvi. Ma contentatevi di queste. Contentatevi di me. Io mi contento del mio Requiem. Del mio sabato sera. E di un bacio sulla bocca.

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