Il mio presente senso paterno.

Senza titolo 1A mezzanotte passata da poco, mentre studi col tuo solito, fiero e impagabile senso del dovere, ascolto una bella canzone scritta da un caro amico per il suo figlio nato da poco. E la mente prende a braccetto il cuore portandola in anfratti luminosi, ma lontani, della mia coscienza. Perché non ho nessun timore quando penso – ormai capita da un po’ di tempo – ad un eventuale mio futuro in vesti da padre? Come fa un ventiquattrenne qualunque, senza nessuna qualità speciale, indietro con gli esami e con poche prospettive di lavoro stabile nel futuro prossimo a desiderare, quasi, di fare un salto in avanti con gli anni per proiettarsi automaticamente nei panni del quarantenne padre di provincia? La risposta forse sta nel mio inguaribile lato ottimista e nella mia fiducia nei confronti di una società che non merita la vituperazione totale (come avviene ormai oggi sotto omologazioni varie), in quanto molte persone sono innegabilmente testimonianza di almeno una “fetta di mondo” positiva, sono, cioè, quelle persone che ti fanno ben sperare, che riescono a farti credere di farcela… un giorno. Ma più probabilmente la risposta sta in te, che stai studiando in questo preciso istante, traducendo Eschilo, col tuo Montanari di fianco, con l’aria un po’ da eterna liceale, un po’ da donna arcaica e già vissuta. Non mi spaventa e non trovo nessuna difficoltà ad immaginare il mio futuro semplicemente perché tu esisti. E la tua esistenza è perfettamente funzionale a questo. Lo sai bene, ne abbiamo parlato tante volte.
Come sarà diventare padre? Com’è essere padre? I commenti, le valutazioni, le semplici immagini trasparite dall’esperienze di amici vari credo siano poco utili anche solo per provare ad immaginarlo. L’avere un figlio non si spiega, non si racconta, si vive. Sarebbe perfettamente inutile provare a capire cose tipo: “Sarò un padre integerrimo? Giusto? Saprò comunicare? Saprò crescere? O sarò un pessimo esempio? O mi sentirò un idiota fallito?” Ché idioti non sono per forza tutti i falliti e molti falliti, spesso, sono tutt’altro che idioti. Inutile… inutile… inutile. Cosa può aiutarmi dunque? Dove posso trovare un minimo di chiarezza, di conforto? Sicuramente in te, che sei punto fermo e mobile insieme, perché sappiamo quant’è importante rimanere coerenti nella vita pur andando alla ricerca di un senso sempre mutevole. In te riesco a trovare quel conforto squisitamente giovanile nei confronti della vita, nonostante la dura realtà che – come negarlo? – ci àncora al suolo come fossimo macigni. Ma noi non siamo macigni! E non lo sono nemmeno gli altri. Forse dietro di noi non si nasconde nessun beneamato senso, perché in fondo credo che siam fatti di carne, di sogni, di dolori, di idee, di lacrime e di tante altre innumerevoli cose. Se non siamo macigni allora perché ancorarci? Fammi diventare il padre dei tuoi figli, un giorno, affinché possiamo colmare insieme un criptico vuoto che è tra i misteri più grandi dell’esistenza: perché, cioè, siamo qui? Io non lo so… ma dal momento che ci sono, stiamoci in due. E poi in tre. E magari, forse, in quattro.
E poi… mentre studi, col tuo Montanari rosso di fianco a te e al tuo computer acceso per tenerti compagnia, in una forse troppo fresca stanzina di casa tua… penso che questo conforto, questo calore che mi dai, me lo trasmetti attraverso lo sguardo. Come sinapsi improvvisate, neurotrasmettitori, due occhi color cioccolato (fondente novanta per cento!) mi dicono che al di là di tutti i Mario, Michela, Andrea, Pasquale, Matilde, Giovanni, Giuseppe, Maria, Antonella, Ornella, Ilaria, Ilenia, ecc… la Vita che vivrà – iperbolicamente, quasi, vorrei che vivesse – tramite me e te non potrà che essere una bella Vita. E gli occhi saranno di cioccolata corposa, un po’ amara, come l’autunno inoltrato, oppure saranno malinconicamente verdi come foglie d’ulivo trapiantato dove v’erano state radici fin troppo buone.
Ma sai, oltre te un’altra persona è sicuramente motivo di conforto, chiarezza, sicurezza quasi e – perché no – motivo di orgoglio per il mio ottimismo un po’ sfacciato: papà. Se riuscirò a diventare almeno la metà di lui, su alcuni aspetti di cui lui è forse pure inconsapevole, allora, mia cara, xxxxx sarà un figlio fortunato. Ed io un compagno. Fortunato. Ma come disse la mia bisnonna per mia nonna, come disse mia nonna per mia mamma e come disse mia mamma per me e mia sorella: basta mu tena cchiù furtuna e mia.

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