A proposito della cultura individualistica e del femminismo come motivi di “Crisi della Famiglia”.

sinodo_vescovi_R439_thumb400x275“Da un lato, il matrimonio e la famiglia godono di grande stima ed è tuttora dominante l’idea che la famiglia rappresenti il porto sicuro dei sentimenti più profondi e più gratificanti. Dall’altro lato, tale immagine ha talvolta i tratti di aspettative eccessive e di conseguenza di pretese reciproche esagerate. Le tensioni indotte da una esasperata cultura individualistica del possesso e del godimento generano all’interno delle famiglie dinamiche di insofferenza e di aggressività. Si può menzionare anche una certa visione del femminismo, che denuncia la maternità come un pretesto per lo sfruttamento della donna e un ostacolo alla sua piena realizzazione.”

Leggiamo così, nel paragrafo otto del primo capitolo (“La famiglia e il contesto antropologico-culturale”) di Synod15, ovvero la relazione finale del sinodo dei Vescovi a Papa Francesco (firmata lo scorso 24 ottobre). È stata definita la relazione del “discernimento”, per l’emersione di una forte volontà a “discernere”, caso per caso, quelle situazioni spesso complesse con le quali l’austero mondo clericale deve fare i conti. In primis l’attenzione si è rivolta al passo in avanti verso i divorziati risposati (sulla scia della Familiaris consortio di Papa Wojtyla), visto anche che si è trattato di uno dei passi evidentemente più dibattuti dai padri sinodali: il paragrafo interessato, l’ottantacinque, ha raggiunto il quorum per un solo voto in più.
In ogni caso non vogliamo soffermarci, qui, sulla questione divorziati, bensì sulla ventata di informazioni e/o considerazioni di portata “universale” che leggiamo nella prima parte della relazione. Ventata che – forse – ha spazzato via ben poco. Individualismo e una certa visione del femminismo sono indicati come alcuni fattori discriminanti per l’odierna “crisi della famiglia”.
A mio parere è ridicolo che si attribuisca la causa della crisi dell’istituzione familiare come gruppo sociale coeso e legato dal collante della solidarietà e dell’affetto, all’ipotetico individualismo della società odierna e, soprattutto, al femminismo, agnello sacrificale che porta con se tutte le colpe delle élite di questo sciagurato mondo, innegabili e latenti direttori della nostra economia e delle nostre coscienze. In voluto secondo piano vengono citati, come meri titoli di coda, i fattori economico-sociali che invece sappiamo concretizzarsi in perversi meccanismi che stanno lentamente svilendo il ruolo economico della classe medio-bassa, sempre più passiva consumatrice, sempre meno attore economico e sociale, e innanzitutto la dignità di coloro che sono stati nella “gattabuia della scala sociale” da sempre: “sempre” più precari, “sempre” più depressi, “sempre” più malati. Così sono bell’è fatti discrimini sociali “sempre” più forti tra i pochi ricchi, che cercano di accaparrarsene “sempre” di più e la disgraziata multitudo.
Come si possono mettere al mondo figli precari sin dall’utero? Come si può dare in pasto al capitale una creatura che ha sulla testa un debito da saldare appena la sua testolina sbuca nel nuovo mondo? La famiglia non è in crisi! La famiglia in alcuni casi non è. O è dimezzata, perché non ha futuro e non ha ragione di essere se l’unica soluzione possibile alla indigenza sono i servizi sociali, crudeli vettori della impietosa macchina sociale darwiniana: distruggiamo le famiglie già di per sé amputate e senza reddito. Togliamogli altri arti! Tanto servono al cazzo in questa società!
the-heart-breaking-story-of-individualism-and-self-delusions-inkblueskyPer quanto riguarda l’individualismo, non riscontro più individualismo di quanto ce ne potesse essere nel contesto della cosiddetta civiltà “cristiano occidentale”, anzi ritengo che l’uomo si sia molto evoluto da un punto di vista sociale e conviviale, dando un calcio a quelle istituzioni sociali come il matrimonio combinato, molto consonanti rispetto a quella logica del profitto che sembra essere solo ora nella sua versione terribile. Quella società tanto “compianta” dai sinodali è stata una menzogna esattamente come quella odierna. Il matrimonio combinato è un tassello di quella logica del profitto che c’è sempre stata e che ha cambiato semplicemente modalità, proprio perché il contesto è cambiato.
Dare la colpa al femminismo poi è ancora più assurdo! Alcune correnti del femminismo possono essere anche “un effetto” – non corrente o emanazione – di quello che è il capitalismo, un contesto agli antipodi rispetto a quello della esaurita società cristiana occidentale. Ma è interessante notare che, proprio nel contesto di questo passaggio epocale fra il sistema di valori della esaurita “società cristiana” e quello “laico” dell’odierna società sempre più capitalistica e verticistica, la donna inizi ad imporre il proprio genere non come limite e vergogna ma come prerogativa paritaria e costruttiva. Siamo quindi sicuri che la società “cristiano occidentale” fosse tanto meno individualista e perversa? Perché gli integralisti cristiano-cattolici nell’attaccare il femminismo usano fra i vari punti della loro dialettica quello per cui la donna è naturalmente e morfologicamente inferiore all’uomo ed è quindi incontrovertibile la sua sottomissione e minorità mentre quella odierna è artificio del capitalismo? Che la donna sia morfologicamente meno prestante e forzuta è un dato di fatto anche se non è sempre vero, ma ciò, almeno secondo la mia morale, non svilisce le battaglie delle femministe. Si additano le coeve battaglie femministe come un artificio afferente la modernità e non si ammette ancora che la condizione che viveva la donna prima della “transizione” sociale fosse anch’esso un artificio. Il minore vigore fisico giustificava il divieto, la parcellizzazione e la svalutazione della loro istruzione, delle loro attività intellettuali? Queste non sono altro che aberrazioni degli “artifici” della società del Cristianesimo e non ci sono né se e né ma, esattamente come nel caso di alcuni aspetti del femminismo odierno.
La donna e l’uomo nei loro sistemi valoriali non sono altro che prodotti della società e l’unica cosa che possiamo fare noi contemporanei è sforzarci di capire cosa ci sia di giusto e cosa di sbagliato in ogni corrente di pensiero e in ogni assunto. Non si può dire che il femminismo è inutile o indirettamente proporzionale rispetto a un maschilismo che non è tale o ancora meglio non esiste. È qualcosa di molto più grande rispetto a datate lotte di genere o alle pari opportunità: si tratta di un substrato di una civiltà ormai superata che lascia ancora strascichi duri a morire, o che probabilmente le nostre care élite maschiocentriche non vogliono fare morire. Femminismo, antisessismo all’occorrenza, è il diritto ad una autodeterminazione i cui indirizzi sono molteplici e diversificati: reddito, lavoro etc.
Ma è soprattutto una questione culturale: fino a quando anche le stesse donne sviliranno le battaglie femministe e non si accorgeranno della ingiustizia intrinseca di alcune “dinamiche maschiliste “, spesso da loro stesse condotte (mi viene in mente lo slut-shaming in tutta la sua universalità e varietà di applicazione), non posso credere che tutte ma proprio tutte le disuguaglianze sociali potranno essere rimarginate.

Insomma questa fantomatica “esasperata cultura individualistica” esiste davvero? E se sì, è tra i primi fattori di crisi della famiglia oggi, insieme a “certe correnti del femminismo”? Inutile ribadire la nostra unica risposta a qualsiasi domanda di questo genere: no!

Rossella Provenzano – Domenico D’Agostino

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