Tra cespugli di rovi e conflitti interiori.

12011114_1508339619478235_5385916465014163564_nIncespicando, / tra affanno / e ostinazione, / volubile / e testarda, / mi perdo, / in cespugli di rovi. / orridi e splendidi […]

Immergendoci nella lettura di questa raccolta poetica di Simona Barba Castagnaro, anche noi ci perdiamo, insieme a lei, in quello che pare uno sterminato campo di cespugli. Sembra, anzi, che sia lei, tenendoci per mano, ad accompagnarci in una sorta di katabasis dell’inconscio, facendoci da guida tra sinapsi sconnesse e tra luci e ombre della sua psiche.
I cespugli di rovi di Simona sono le poesie; fulgide macchie gettate sulla tela della vita – spesso con ansia e istinto – dalla sua coscienza che, di riflesso, ci pone in diretto confronto con la nostra. La coscienza di Simona dipinge parole cupe, istillate di uno sguardo vigile alla realtà che la circonda e sfumate da architetture sintattiche dure come la pietra, ostinate, a volte ossessive.
Dà il meglio di sé, questa coscienza, quando si interroga su se stessa e sul suo senso di appartenere all’esistenza, come leggiamo in una delle liriche più riuscite:

Scorre la vita, / in un capitale / di loquace frenesia, / destando / inquietudini / in tramortite cellule, / che s’obliano / in cotanto, / sudicio, / malsano, / ma egregio, / disegno / di un aborto di Dio. […]

L’idea decadente del mondo come feto, come aborto, come imperfezione, funziona bene con una scrittura sintattica che sembra non dar respiro al lettore, rendendolo partecipe, così, dei dubbi di Simona. Dubbi che si fan certezza solo dopo un ennesimo incontro/scontro col proprio Io.
In liriche come “Definizione di introversione” o Spasmi” ci si ritrova nei cespugli più fitti, nei rovi più dolorosi e taglienti, quelli in cui sembra quasi impossibile uscirne, come anche:

Osteoporosi / di certezze, / sgretolate / dall’arte / del non capire. Una lucida ammissione di non lucidità: E non c’è / più niente / da salvare dal momento che le certezze appaiono sgretolate e invece la fragilità / s’inonda / di concretezza.

Un duro faccia a faccia con se stessi, uno scontro mitologico che avviene dentro ognuno di noi e, in questo caso, dentro Simona. Curiose le parole che rimangono più impresse da questa raccolta che appare omogenea, sì, ma irrisolvibile per via della natura dello scontro che, ripeto, è uno scontro con la coscienza: “oblio”, “celato”, “orrore”… tutte parole che lasciano presagire non tanto la difficoltà di questo scontro, ma soprattutto il nostro dovere di cominciarlo, di studiarlo e di vincerlo.
Meno interrogativa e più lucida (laddove prima appariva splendidamente legata a quei “cespugli”) appare Simona quando pone l’accento sul suo essere più “persona” e meno “coscienza”, come:

Il mio cognome / è una pittura rupestre: / un’opera d’arte primitiva, / con la sua aurea / di inviolabile eternità.
Un’indubbia ricerca di sé che, stavolta, si affida ad un proprio segno distintivo (il cognome) per potersi ri-conoscere, per poter aprirsi con meno conflitti e, anzi, con punte di autentica dolcezza. Come nelle liriche sui propri genitori:

Mi fuggi e mi cerchi, / per andare, / senza, poi, / andartene mai…[…]

Non siamo tanto lontani / noi due, / io e te. / L’ho imparato, ormai. / L’ho capito. / Sono cresciuta.  […]

Più istintiva ed emotiva nella prima (“Madre”) diventa poi, nella seconda (“Papà”) più riflessiva e più attenta alla dinamicità di un tempo che, scorrendo, non deve intaccare la nostra memoria e il nostro essere figli.  Infine, quella coscienza-pittrice di cui accennavo prima sa anche nascondere le macchie di colore dietro oggettificazioni di quel sempre importante incontro/scontro con se stessi, come ad esempio in una scarpa la cui vita è squallida ed inutile, ciononostante il tacco mi si pianta,/ in gola, / senza / raggiungere / la bocca / dello stomaco, / né, / tanto meno, / l’intestino / ed il retto, / affinché / io possa / espellerlo.

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