I “lavori in corso” allo specchio. Plutino2

11261500_902137783187862_481154374406083826_n“La porzione di cui hai bisogno per muoverti presuppone l’incidente di doverlo condividere” così leggo su una strisciolina di carta che mi danno prima di entrare nella sala più grande, forse, del bellissimo Palazzo Panariti (salendo per il centro storico di Nicastro) e la parola che mi dà più da pensare è sempre quella: condividere. Una parola con la quale faccio i conti, ormai, da un po’ di tempo. La nomino spesso, la scrivo, la trasformo in azione concreta – o almeno ci provo. Ho letto anche una breve sinossi e qualche rigo sulla biografia dei protagonisti di questo pomeriggio. Si tratta di Giuseppe e Pietro Plutino, due fratelli, gemelli, in arte PLUTINO2, giovani, calabresi e, a quanto pare, interessanti performers.
Sulla performance di oggi (che si tiene in occasione della Undicesima Giornata del Contemporaneo indetta annualmente dall’AMACI), organizzata da Aleph Arte e che è presente nel cartellone Un’Opera, a cura di Silvia Pujia e Federica Longo, ho letto qualcosa riguardo una relazione tra un “io” e un “altro” con lo sfondo di uno “spazio” forse da condividere, sicuramente da costruire. È presto chiaro il titolo della performance dunque: Lavori in corso.
Nei secondi che precedono l’inizio di uno spettacolo, di una performance o, più in generale, di un qualcosa, mi piace sempre osservare bene il volto del pubblico, cogliere qualche fremito di speranza, di eccitazione, di pessimismo. I fremiti più belli son quelli della curiosità. Un religioso silenzio circonda il nostro gruppetto che, con attenzione, si siede a terra poco prima dell’arrivo dei due Plutino. La stanza è illuminata in parte solo sul lato opposto al nostro. Sarà quindi per la luce offuscata al punto giusto, sarà per il giusto gioco di ombre che si viene a creare… la prima cosa che salta all’occhio è la bellezza scultorea del nostro duo. Sono indistinguibili, perfettamente uguali. E credo vorranno arrivare a convincerci di essere, in realtà, uno solo. E son belli, sì, di una bellezza eterea e marmorea. Sono il kalos kagathos della situazione e, non appena si avvicinano ad alcuni pezzi di ferro posati semplicemente sul pavimento, parte una musica di violino che scandirà tutta la performance, ipnotizzando l’orecchio così come i movimenti dei loro corpi ipnotizza gli occhi.
11885319_951232734945033_6968820273555780648_nSon questi pezzi di ferro i “lavori in corso” dei due giovani artisti calabresi. Questi pezzi di ferro che costituiranno il loro spazio da “condividere” ma, anche, la loro gabbia-specchio che li estranierà da tutto ciò che sta “fuori” per farli interrogare, forse, su loro stessi. O su se stesso?
È un po’ questo dissidio interno tra “se” e “altro”, tra “me” e “altri”, il mio pensiero fisso, alla vista dell’armoniosa vita che stanno creando i due Plutino all’interno del loro ponteggio in costruzione. Cominciano a muoversi in perfetta sincronia, uno davanti l’altro. Poi ci danno le spalle e continuano allo stesso modo. L’effetto “mirror” è assicurato, tanto all’occhio quanto agli angoli della nostra coscienza. È armonioso il loro movimento e armonioso diventa, dunque, la condivisione dello spazio e la concettualizzazione di quell’ “incidente” di cui leggevo prima. Ogni parte sembra in perfetta armonia con le altre, in un tutto, però, non-finito, lasciato volontariamente in corso, in crescita magari. Non potrebbe esserci l’uno senza l’altro, come non potrebbe esserci una sbarra senza l’altra.
Una decina di minuti, alla fine, che passa con trasporto e poesia, con una musica che pare curativa, a tratti in un crescendo trionfante, e che ben si amalgama con i pochissimi suoni provocati dalle mani sul ferro. Quei sonori “clang” che sembrano vibrare per magia e che paiono allietare l’orecchio ancor di più. Quando i due gemelli si posizionano l’uno accanto all’altro e cominciano a muoversi in sincronia, un piccolo movimento dei due mi rimanda ad un capolavoro di bronzistica antica: il Poseidon di Capo Artemisio. Poi però ritraggono le gambe; allora mi paiono assumere la forma di Armodio e Aristogitone. Poi cambiano ancora. Poi salgono sul ponteggio. E li vedo, forse, per quel che stanno cercando di essere: un solo sentire ed un solo pensare. Allungano una gamba oltre lo spazio. Irrompono nello spazio nostro. E quell’ultimo gesto mi manda definitivamente in crisi. Saranno stati stretti? Lo spazio, infine, non era condivisibile? La relazione tra “sé” e “altro” si è conclusa? Se sì, positivamente o negativamente? Ma di risposte mi pare non ce ne siano ancora. Sono solo “lavori in corso”. La partenza… è davvero ottima.

Domenico D’Agostino

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