#VersoSud – l’area gracanica come ritorno alle origini

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Quando vai a Sud tutto ha un altro sapore. Più vai a Sud più ti riconosci, soprattutto nelle contraddizioni.

Non è retorica ma un dato essenziale di fatto, qualcosa che ti coglie sorpreso, in ogni momento, e ogni situazione in cui ti imbatti è sempre nuova. Il Sud della Calabria, come l’area grecanica, che per la terza volta consecutiva mi riempie di meraviglia, è come una flagranza di reato, un’emozione forte e improvvisa, un colpo al cuore, un’esplosione di colori e di bellezza. Una bellezza “selvaggia”, come amo definirla io, che la vedi racchiusa dappertutto: nel mare, nelle strade, nei paesi diruti, nel silenzio, sacro e inviolabile delle strade, nel senso dei luoghi che si dipingono di quell’antropologia densa di significati, che parte dalle capre e termina con i costumi, con un gesto, una decadenza dolce, una decadenza originale.IMG_20150810_172713 L’Aspromonte , nella sua altezza, nella sua imponenza e immensità sembra guardarti, sembra proteggerti. Lo stesso Aspromonte che nel tempo ha rappresentato il nascondiglio perfetto di una criminalità organizzata, oggi al suo bel vedere rappresenta anche una meta turistica, lo spazio dinamico del “Paleariza” un Festival portato avanti da Ettore Castagna con tanto di resistenza. E così nel mese di Agosto sono concerti di musica etnica, spettacoli, passeggiate e trekking ad animare le albe e i tramonti di Bova, Pentedattilo, Palizzi, Brancaleone, Condofuri, San Lorenzo e tanti altri piccoli borghi, che adibiti a festa, nei vicoli dalle stradine strette e tortuose, affiancate da lunghe vallate, calanchi bianchi, terra argillosa e immense fiumare, accolgono turisti che arrivano da ogni parte. Un modo per restituire alla Calabria e non solo il senso di grecità, una grecità che non è da associare solo alla Magna Graecia, ma che va oltre, legandosi alla storia del Tema tis Calavrìas, la provincia occidentale dell’Impero Bizantino di cui la regione costituì per secoli un avamposto. Molto attraente risulta la ricerca sulle origini linguistiche della Calabria Greca, che, a quanto pare, è in forte crisi, soprattutto a causa della recente legge sulle minoranze linguiste. Si riuscirà ad insegnare il greco di Calabria nelle scuole?

Paese mio
come ti sei fatto vecchio
lingua mia
più non canto
Vedo la casa
ch’è diventata vecchia
la vigna pure
che s’è appassita

Ritorno indietro
e vado piangendo perché
la mamma non ho più
E voi amici, per favore
non fuggite il mio paese
Insegnate la lingua ai bambini
ch’io sono vecchio e passato oramai.

Agostino Siviglia (Chorìo Roghudi 1934, poeta)

Anche quest’anno la sosta è stata Palizzi Marina, con il campeggio. Palizzi, dal bizantino Politzion, “piccola città” si presenta magnifica col suo insediamento che pare cesellato nell’imponente roccia. COLMAB1_webA Palizzi Superiore è molto visibile già in lontananza e in cima il castello diruto collocato strategicamente. Palizzi Marina, invece, è contornata da un mare blu, cristallino, e cosparso di grandi pietre. In alcuni tratti le pietre sembrano davvero infinite, le trovi dappertutto, in mare, in spiaggia. È bello camminarci sopra per mantenere l’equilibrio, l’ho scoperto un magico esercizio fisico. Poco più avanti c’è Spropoli, dove io presa dalla smania di nuove spiagge inesplorate, sono arrivata a piedi saltellando per le pietre di Palizzi, e ad un certo punto proseguendo più in su, mi son vista recintata da bellissime piante di agavi e fichi d’india, e l’argilla…fresca, morbida, tra il mare e la terra.

Giusto il tempo di un tuffo (ho imparato solo quest’anno a tuffarmi e nuotare) e poi decido di tornare indietro, questa volta per strada, ma la strada anche se apparentemente deserta si rivela particolarmente rischiosa. È pur sempre la SS106 Jonica!IMG-20150812-WA0022 Intorno a me, sulla statale poche case, per la maggior parte rustiche, in alcune vedi solo i pilastri, e lì pensi: c’hanno lasciato stare! Brutto non finito, anche vicino il magnifico faro tra Spropoli e Palizzi. Subito dopo Spropoli si affaccia Brancaleone. Senza rendermene conto, durante una delle più lunghe passeggiate via mare, mi son ritrovata il recinto della schiusa delle tartarughe “Caretta Caretta”. Sarei rimasta volentieri a guardare, ma poi ho scoperto che occorre notte fonda per questo genere di cose. Qui ci sono passata più volte. La spiaggia è lunghissima. Qualche barca a vela, invidiabile in un mare del genere. Prodotto tipico di Brancaleone è il gelsomino oltre al bergamotto. C’è un pezzo di strada dove il profumo si perde perfettamente nell’aria. Sperlinga  è l’antico nome di Brancaleone, la cui zona superiore è abbandonata a partire dagli anni ’70, nome peculiare associato probabilmente alla grande quantità di cavità naturali nei pressi del paese (in greco Spileos – Grotta). IMG_20150809_225804La cosa che colpisce della spiaggia di Brancaleone è la forte vegetazione. Ho visto e mi sono lasciata sorprendere prepotentemente, da alcuni alberi piantati (si fa per dire piantati!) esattamente sulla sabbia. Pare che anche Cesare Pavese, con la sua letteratura, sia passato di qua e vi abbia scritto dei versi. Pavese era estasiato dalle nostre vigne che gli ricordavano le colline delle sue Langhe e aveva con  sé sempre qualche libro e l’ombrello appoggiato sul colletto del pastrano. Pavese ha lasciato ampia traccia del suo passaggio in Calabria  nelle poesie di Lavorare stanca e nelle Poesie del disamore , nel romanzo Il carcere , nei racconti,  in Feria d’agosto,nei Dialoghi con Leucò e , soprattutto nelle lettere che  costituiscono  autonomamente un vero romanzo  epistolare.

“ Il ragazzo si è accorto che l’albero vive./  Se le tenere foglie si schiudono a forza / una luce , rompendo spietate , la dura corteccia /  deve troppo soffrire. Pure vive in silenzio./ (…)E’ una tenera luce. Il ragazzo non sa/  donde venga : ma ogni tronco rileva / sopra un magico mondo . / (…)Piega la testa in ascolto / di un ricordo remoto. Nelle strade deserte / come piazze , s’accumula un grave silenzio. / (…) Quel silenzio remoto / che stringeva il respiro al passante , è fiorito / / nella luce improvvisa . Sono gli alberi antichi /  del ragazzo . E la luce  è l’incanto di allora .”

Temi che si incrociano e che ritornano fino alla fine della loro esistenza : il fascino misterioso e quasi snervante che viene dal paesaggio calabro, le intricate e frementi passioni che si agitano tra le case basse affacciate sul mare , la bellezza selvaggia e fosca di Concia , vero emblema del mito pavesiano , con  l’anfora obliqua  appoggiata sui fianchi: personaggio centrale che attraverserà tutta l’opera  di Pavese e che nelle sue  prerogative di donna –capra racchiude il segreto ancestrale delle più misteriose  figure del mito .IMG_20150809_101946

Un po’ di Km più avanti c’è Africo Nuovo.  Ho iniziato a sentir parlare di Africo grazie al film di Anime Nere. Se ne dica pure tante su quel film, ma resta per me un inizio fondamentale , una traccia, un modo diverso attraverso cui rendere a conoscenza ai calabresi di un posto, o meglio ancora di un senso di “calabritudine” che ci appartiene e quando passi da lì lo senti forte e vivo. A causa di una disastrosa frana del 1951, Africo vecchio fu abbandonato e ricostruito a circa 15 km in linea d’aria, vicino Bianco. Mi affascina molto immaginare questo paese che, al momento del definitivo abbandono, non era ancora raggiunto dalla strada carrabile ed era collegato da un semplice sentiero. scogliera1Negli anni ’20 Umberto Zanotti Bianco con sincero e nobile spirito meridionalista ebbe modo di sostenere la causa dello sfortunato borgo pastorale. Il penultimo dei quattro giorni ho poi avuto modo di visitare Condofuri Superiore. La cosa che più apprezzo, solitamente, in queste contrade, più che l’arrivo al paesello o alla meta, è il tragitto. Mi piace perdermi nella vastità delle fiumare. La fiumara che attraversa Condofuri è davvero spettacolare, la stradina al di sopra della quale possono transitare gli autoveicoli è formata da molti, piccolissimi, ponticelli, dai quali si può ammirare il grigiore delle pietre che nell’insieme formano questa enorme e desertica fiumara, quella dell’Amendolea. Un incrocio segna due frecce. Quella sulla destra porta persino a Gallicianò (dove nel ’99 fu aperta la piccola chiesa ortodossa di Panaghìa tis Elladas – Madonna dei greci ). Fiumara Amendolea (2)_origA sinistra invece si và verso Condofuri Superiore. Durante la salita tante frazioni, aprendo il finestrino posso ben sentire gli odori della terra e delle capre, non si intravedono pastori al momento, però c’è una sorta di cooperativa sociale, agricola, “Kalabrija” e qui noto immagini di prodotti tipici: mozzarelle, formaggi, salumi. Poco più avanti, e qui mi sento piuttosto stranita, vedo un orso gigante a peluche. Non credo ai miei occhi per quanto è buffo lì sulla strada attaccato ad un’abitazione, per quanto è grande! Mi sarò fatta impressionare immaginando dei “feticci”, pare invece sia un’agenzia di stampa, una tipografia o qualcosa del genere. A Condofuri i vicoli sono solitari e silenziosi. C’è un solo minuscolo bar dove i proprietari mi son sembrati umili e gentili. All’improvviso un cane mi abbaia contro al di sopra di un balconcino. Tutto sembra dimenticato. Le bancarelle, giusto tre o quattro, adibite in festa per l’evento del Paleariza, mettono in mostra e in vendita tamburelli e chitarrine per bambini. È una bancarella come tante altre ma a differenza delle altre fiere presenti in altri posti, questa offre strumenti musicali come giochi. Quasi a voler dimostrare quanto, ancora, lì, la tradizione conti più di tutto. Se c’è una cosa che mi pento di non aver fatto è: assistere alla cottura di una capra e mangiarla successivamente.  CapreLa capra, più selvatica e meno grassa della pecora, è l’indiscussa carne per eccellenza della cucina aspromontana. Particolarmente arcaica, e ammetto che il pensiero mi affascina alquanto, è la capra sottoterra. In una fossa si predispone un fondo di sabbia e felci. Su di esso si dispone la carne fatta a pezzi, condita con sale ed aromi vari, e poi rinchiusa nelle interiora. Si copre con sabbia e felci e sopra si accende un fuoco per circa dieci, dodici ore.

Il ritorno nell’area grecanica anche quest’anno ha rappresentato il giusto relax e la giusta sorpresa di sempre per me e per il mio mondo. Il ritorno in macchina è una pioggia incessante. In questi quattro giorni il clima è stato bello nella sua varietà di colori all’orizzonte, tra una pioggerellina e un’altra, un sole al tramonto e una stella cadente al campeggio. Una pioggia forte quella del ritorno alla cui ansia dell’allerta meteo si aggiunge la voglia di esorcizzare il tutto alzando al massimo il volume della musica nella pennetta che ha accompagnato l’intera estate 2015.

A Sud di Reggio Calabria le persone circondate dal loro silenzio e dal silenzio delle loro strade e case, sanno volersi bene, e potrebbero insegnare a chiunque la fratellanza. Le donne camminano a testa in giù e non guardano facilmente negli occhi, ma ho osservato bene alcuni atteggiamenti, e nonostante siano territori staccati da altri, soprattutto dalle città, nell’area grecanica sanno tutti cosa significhi “fare rete”. E la cosa bella è che il loro “fare rete” è del tutto spontaneo, ereditato da chissà chi. Per altri fare un campeggio vuol dire annoiarsi, per altri ancora vuol dire spendere soldi, per altri ancora vuol dire pensare a divertirsi e basta e per altri, ancora, non divertirsi affatto in assenza dei soliti locali di movida notturna, sesso, alcool e  rock n roll. amendole02-470x240Per me vuol dire tanta semplicità unita ad un senso profondo di ogni piccola cosa, fino ad arrivare ai sentimenti delle stesse. Anche una pietra racchiude amore. Anche un disegno con piccole pietruzze lasciato in riva al mare da un bambino, segna amore. Anche il ritorno verso Lamezia sull’autostrada segna amore, amore per la mia Terra, amore per le radici. Per tutti un campeggio a Sud di Reggio Calabria è banale. IMG_20150810_202006

Per me è fortemente spirituale, è una scoperta sempre più fluida che da qualunque parte cominci, finisce sempre con l’arrivare a me, alle mie origini, al mio perché dello stare al mondo, e serve a ricordarmi di quanta bellezza mi sta attorno e a sentirmi fortunata e viva. Serve a rinnovare la mia voglia di fare e non fermarmi mai.

Valeria D’Agostino

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