LE PERLE DI DORA

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Un bambino in braccio alla mamma sta maneggiando un pupazzetto sonante. Attraversano la strada. Michele li osserva a lungo, occhi smarriti i suoi, poi una macchina col clacson in modo brusco gli impone di togliersi dalle strisce pedonali. Michele si dirige nella stanza del dott. Raimondi, non ricorda neanche più il numero delle sedute,  davanti a lui s’affaccia un ponte. È il solito quadro che ha davanti agli occhi, nell’esatto momento in cui si siede sulla poltrona blu cobalto. Ma stavolta quei ponti sembrano veri, sembrano muoversi.

Michele  frequentava il 3 anno di Università, Facoltà di Psicologia, a Roma, e stava preparando un esame sulla psicoanalisi. S’innamorò di lui, senza saperlo mai, per come lo accarezzava con gli occhi, per come lo avvolgeva con un solo abbraccio, per come, insistentemente, rimaneva un chiodo fisso nella sua mente notte e giorno. S’innamorò senza convincerne mai, di un’autostima che solo lui sapeva innalzargli, crocifiggere, esorcizzare,  deliziare. Era uno con lo sguardo assente e basso e aveva 29 anni. Luca era invece un ragazzo determinato, 32 anni, per nulla insicuro, usava camicie ben stirate, e scarpe appariscenti.  Un nome corto ma una personalità schiacciante. Si conobbero nelle scale del dipartimento, nel 2006, in un giorno di pioggia. Michele si ritrovò a terrà con libri e fogliettini svolazzanti nel  vento.  Luca per la fretta lo aveva travolto, poi con una mano lo aiutò ad alzarsi. Fu un attimo. Fu una mano stretta forte, fu una mano che non lasciava l’altra mano. E quando successe la mano di Michele era sudata e sconvolta. La loro storia andò avanti per due mesi. Alla fine uno dei due decise di metterla finita. Non con la storia ma con la vita. Michele non riusciva a fare più a meno di Luca che a sua volta non sopportava un amore platonico ma voleva  un rapporto completo. Nonostante i vari tentativi di Luca di allontanarsi da Michele – perché sapeva quanto quest’ultimo  ci fosse stato male – Michele si era ritrovato ad essere,  in tutto il suo carattere timido e chiuso, una macchina da guerra. Stava persino pensando al grande passo: “voglio dimostrargli quanto l’amo. Farò il trapianto”. E così un via vai, andate e ritorni. Luca era orfano di madre. Si chiamava Linda. “Era bella Linda” raccontò un giorno a Michele. ”Dicono in molti che aveva i miei stessi occhi sai?” Era una prostituta con una gamba invalida. Luca iniziò ad acquisire atteggiamenti aggressivi sin da subito. Passava da un silenzio ad uno spintone. Quando non aveva sotto mano ciò che voleva diventava violento, ma violento lo era quasi sempre, anche dietro la sua apparente calma. Gli piaceva dominare, dominare su tutto. Si accorse di essere un sadico dopo aver provato piacere durante un’uscita con una ragazza nell’adolescenza. Lo stese a terra e lo massacrò tra schiaffi e umiliazioni fisiche e verbali. E Michele non lo sapeva, così come non lo sapeva Luca nei suoi 15 anni. Michele non lo sapeva ma anche lui era completamente preso da questo rapporto simbiotico, in tutto il suo masochismo.  Ma non era ancora pronto a donarsi a lui. I pregiudizi. La famiglia, che gli aveva chiuso tutte le porte. Una solitudine nuova subentrava rispetto a quella connaturata al suo dna. Luca aveva preparato delle vere e proprie trappole: lo chiudeva a chiave in casa, aveva inserito una spia e delle telecamere dappertutto, Michele era telecomandato ma non era ancora totalmente suo. Questo creava insoddisfazione e frustrazione per Luca. Impiccato con una corda al lampadario del suo 2 piano in via Isonzio. Luca non c’era più. Non c’erano le urla e non c’erano più le sue robuste mani.  Non c’erano le offese. La bellezza nascosta. La collana di perle che aveva al collo oggi, Dora, non c’è più. A causa di un movimento brusco si è rotta. È in mille pezzi sul pavimento grigio della stanza del Dott. Raimondi. Oggi Dora è molto elegante, ha un vestito scuro di seta e un colletto di raso bianco. La sua immagine scompare dopo l’ascensore. Ogni volta che vai via ti senti sempre un po’ nuova. Come un taglio di capelli che non avevi mai immaginato. Mai sognato. Ogni volta che vai via è un flusso ininterrotto di flussi di coscienze e di parole erranti, come il suono di un giocattolo in una stanza al cui centro ci sei solo tu e nessun altro. La prima Freccia Rossa per  Milano e poi un volo la cui destinazione Dora vuole sia un’incognita a se stessa. Nr. 65 finestrino. Le montagne escono da ponti lunghi e sofferti. Alla sua sinistra una ragazza dai capelli e carnagione chiara, occhi verdi. Si chiama Nancy e pare sia Russa. Il tempo grigio che si intravede dal finestrino sembra scomparire lentamente, perché il colore di quegli occhi è abbagliante.

Valeria D’Agostino

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