Le mille matite di Ahmed – Intervista.

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La prima volta che ho visto Ahmed Khoswan, alcuni mesi fa, in biblioteca, ho pensato: “Questo ragazzo viene da molto lontano e dev’essere molto bravo in qualcosa.”
L’ho immaginato in un’affermata carriera universitaria nel campo d’Ingegneria, o di Matematica. I suoi occhi lucenti, non so perché, mi trasmettevano la forza palpabile (non per me, ahimè) della Scienza più pura. Dopo qualche giorno con la sua presenza in un ristretto gruppo di amici e colleghi arriva poi la verità. All’uscita della mensa, in un pomeriggio solcato da grandine e intemperie, ci fumiamo una sigaretta al riparo di una tettoia. “Devo stare attento, mi si stavano bagnando i disegni” dice ad un certo punto Ahmed con il suo italiano, sì confuso, ma ben scandito dalla sua voce profonda. Colgo la palla al balzo. Gli chiedo se disegna. Dice di sì, dice di studiare Storia dell’Arte qui all’Unical, la magistrale! Si decide a mostrare un suo album senza troppi problemi. Ed è una meraviglia.

Ahmed, parlami un po’ di te. Da dove vieni, quanti anni hai, qual è stato il tuo primo percorso di studi?
Mi chiamo Ahmed Khoswan, ho ventotto anni e sono nato a Nablus, in Palestina, una città considerata fra le più antiche del mondo (l’antica Flavia Neapolis dei romani e “Napoli” dei crociati, nel Regno di Gerusalemme, ma la sua storia si perde nei secoli precedenti N.d.A.).      Mi sono laureato in Arte alla “Al’ Najah National University” col massimo dei voti (sempre a Nablus).

Ad un certo punto sei venuto in Italia per continuare gli studi?
Sì. Ho preso la decisione di spostarmi a Firenze, per un Master, sempre nel campo delle Belle Arti. Mi son trovato benissimo, ho ottenuto ottimi risultati e alla fine ho avuto anche la possibilità di mettere in mostra alcune mie opere insieme ad altri giovani studenti.

Com’è nata la tua passione?
Da che ho memoria ho sempre disegnato, fin da piccolo ho provato a realizzare i miei obiettivi e in questo la mia famiglia mi è stata di enorme aiuto, nonostante le origini semplici e le difficoltà. Ricordo benissimo che mia mamma mi aiutava e mi stimolava facendomi disegnare coi colori e con la matita. Quel lungo periodo sicuramente mi è servito per accumulare le prime esperienze, così che ad un certo punto mi son trovato a giocare da un lato coi colori e dall’altro con la matita e l’inchiostro.

Non è stata facile, quindi, la “gavetta”?
No. In tutti questi anni ho cercato di lavorare il più possibile per pagarmi gli studi, in quanto già la mia famiglia da sola non riusciva a farlo. Ma l’esperienza a Firenze era necessaria, necessaria per studiare le opere dei Maestri, dei vecchi Maestri e anche di quelli contemporanei.

E adesso sei all’Università della Calabria.
Sì, sto studiando per ottenere la laurea magistrale in Storia dell’Arte… e spero di poter avere la piccola opportunità per una mostra, nel prossimo semestre.

Entriamo, infine, un po’ più nello specifico e parlami un po’ del tuo stile.
Innanzitutto ho da sempre avuto un’ossessione per i colori ad olio. Volevo riuscire ad utilizzarli per realizzare principalmente ritratti e arte figurativa. Ci ho trovato me stesso. Nei ritratti, specialmente.
Nel corso degli anni ho fatto più esperimenti provando a fissare una mia teoria sul colore ad olio e sul processo di mescolazione. Mi ha aperto fortemente gli occhi studiare artisti come Richard Schmid e Scott Burdick.
Nei disegni invece utilizzo la matita, talvolta mescolata ad inchiostro. In questi tre ad esempio ho cercato di riflettere il più possibile l’emotività della persona nel volto, nell’espressione. Mi preoccupo di mostrare, nel volto, il risultato di tutti i complicati processi che avvengono dietro un’emozione e di dargli quasi una sorta di continuità con lo sfondo.

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